Anche se i confini del genere “documentario” sono piuttosto rigidi e comunque ben definiti – perché quella che è fiction è fiction, e quella che è non fiction è non fiction – ci sono dei generi e degli autori che hanno fatto del percorrere questa linea di confine una cifra stilistica. È il caso ad esempio dei falsi documentari, i mockumentary, che sebbene appartengano di diritto alla fiction, sono costruiti come non fiction. D’altra parte le ricostruzioni di cui è quasi interamente costituito un documentario come Touching the void, La morte sospesa, a quale categoria appartengono?
Uno dei registi che meglio di tutti riesce a confondere i due generi è l’austriaco Ulrich Seidl. Qualcuno lo ricorderà per Hundstage (Dog Days/Canicola), che nel 2001 ottenne il Gran Premio della giuria al Festival di Venezia. Il film racconta carverianamente microstorie di degradazione suburbana, ambientate nella periferia viennese, durante appunto i dog days, i giorni agostani del caldo impossibile. Sulla stessa linea si muove anche il precedente Models, datato 1998, incentrato sulle ininteressanti giornate di alcune modelle austriache le cui problematiche esistenziali girano tutte intorno alla modalità di applicare il make up o calcolare il rapporto progressivo fra la loro vita sessuale e quella professionale. Interessante? Molto. Vero? Chissà.
E che dire di Animal Love (1995), trasmesso in passato anche sui nostri canali satellitari, un documentario-documentario (questo sì) capace di far dire a Werner Herzog “Non ho mai guardato in maniera così diretta dentro all’inferno”? Una frase che fa venire in mente un’altra frase, una di quelle che è facile trovare sulle agendine autoreferenziali e misantrope: “Gli altri sono l’inferno”. E per i protagonisti di Animal Love non c’è dubbio che sia così, che gli altri rappresentino l’inferno, visto che alla infernale difficoltà dei rapporti interpersonali, loro, hanno preferito l’amore per gli animali, un amore morboso e perturbante.
Dopo Hundstage, Ulrich Seidl ha fatto un’altra cosa sull’Austria e su Haider, una cosa però televisiva, che non ha visto nessuno. Almeno fuori dall’Austria.
E poi Jesus you know, una bella idea dagli esiti un po’ noiosi, con della gente che entra in chiesa e parla con Gesù, dice, “Jesus you know” e poi apre le cataratte del flusso di coscienza e dei cazzi propri. Ma una cosa così, non ben riuscita.
E un paio di anni fa il regista austriaco ha realizzato Import/Export che è la storia di una infermiera ucraina che finisce a fare la badante in Austria e di un ragazzo austriaco che invece finisce in Ucraina a installare dei “roboti”—cabinati arcade, videopoker e macchinette varie mangiasoldi. Lo stile è sempre a cavallo tra realtà e finzione, gli attori sempre bravissimi anche se presi dalla strada. O forse proprio per questo. Il risultato finale è quello che ci si aspetta, perché di solito dopo aver visto un film di Ulrich Seidl si vuole morire. Ma poi si è contenti anche solo di essere vivi. Che per un film non è un brutto risultato. Non so se mi spiego.




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