Un’intervista con il regista de “La promessa”, Giovanni Aloi

Paolo Pizzirani è uno dei tanti ragazzini che ama visceralmente il gioco del calcio. Dopo le partitelle per strada, entra in una squadra di quartiere bolognese. Fin dal suo esordio, Paolo impressiona tutti: è un centrocampista eccezionale, e attira su di sé le attenzioni del pubblico, degli allenatori, ma anche delle società in cerca di talenti. Insomma, è una promessa. Il Cesena lo strappa al Bologna, pagandolo una cifra di tutto rispetto, per l’epoca. Già, l’epoca: siamo a cavallo tra anni ’70 e ’80. Nei campi impazza Platini, per le strade l’eroina la fa da padrone. Paolo è in crisi, ha un incidente, forse il calcio non gli interessa come prima. Le droghe pesanti sono una tentazione a cui il ragazzo non resiste. Una debolezza che gli sarà fatale.

Questa è la parabola raccontata ne La promessa, un documentario prodotto l’anno scorso, che ha avuto la sua prèmiere al Biografilm Festival di Bologna. Abbiamo rivolto qualche domanda al giovane Giovanni Aloi, regista del documentario, che ad oggi lavora insieme al dinamico The Sponk Studios.

Come sei venuto a conoscenza della storia di Paolo Pizzirani e perché hai deciso di girare il documentario?

Un mio allenatore di basket, circa una decina di anni fa, raccontò la storia a mio padre, il quale decise di trarne un libro biografico. Iniziò ad intervistare alcuni personaggi, ma il progetto non venne ultimato. Così, nell’ottobre del 2009 mi propose di lavorare ad un documentario in cui lui avrebbe scritto i testi, mentre io mi sarei occupato della regia. Come potevo rifiutare? Nel giro di sei mesi il film era pronto per essere inviato ai primi festival.

Come hai deciso lo stile che doveva avere il film? Quanto è venuto fuori al montaggio e quanto, invece, era stato pensato in preproduzione?

La scelta di realizzare un documentario è stata chiara fin dall’inizio. Non abbiamo mai pensato di trarne una fiction. Tutto è iniziato dalla scrittura dei testi narrati dalla voce over, che ho deciso di inserire in una struttura di racconto cronologica. Poi, in seguito alle riprese, c’è stata una lunga fase di montaggio in cui sono andato alla ricerca di punti d’incontro tra le immagini girate e il materiale d’archivio. Sicuramente la post produzione è fondamentale per valorizzare un documentario poiché, non essendoci una sceneggiatura, il montaggio permette di generare nuove geometrie di significati.

Qual è stata la maggiore difficoltà produttiva?

La difficoltà maggiore in un documentario autoprodotto, non è la produzione, ma la distribuzione. Copie Dvd, invio del film ai Festival, ricerca di eventuali distributori: duro lavoro per cui, in ogni società indipendente, non servono solo filmmakers, ma anche produttori di talento.

Dal punto di vista dei contenuti, invece, considerando che ne La promessa si parla di calcio giovanile, ma anche di droga e, in fondo, di una città, come sono stati considerati i diversi livelli di cui è composto il documentario?
Il concetto che mi ha guidato è stato quello di mostrare come la Storia possa condizionare una vita; per questo ne La promessa gli eventi storici sono vissuti in funzione del protagonista. Se Paolo Pizzirani non fosse stato presente il 2 agosto alla stazione di Bologna, non avrei parlato della strage. Così come di Bologna non vediamo il simbolo, le due torri, ma solo il quartiere in cui Paolo è cresciuto.

Ci sono stati dei modelli a cui hai pensato durante la realizzazione del documentario?

Non ho pensato a modelli di film, ma a registi come Werner Herzog. La sua incredibile produzione di documentari, di cui la maggior parte è sconosciuta, è capitale. E ho apprezzato molto l’ultimo film dell’italiano Pietro Marcello, La bocca del lupo, che sfortunatamente ho visto solo dopo aver finito La promessa, sennò quello sarebbe potuto essere un ottimo riferimento. Anche se, sinceramente, non credo alla creazione di film su dei modelli prestabiliti, ma penso piuttosto che sia il film a modellare chi lo crea.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sto per concludere la post produzione di un film che documenta il festival Biografilm 2010 di Bologna, con contributi esclusivi di Charlie Kaufman, Clint Eastwood, Michael Palin, John Sheinfeld, Jaco Van Dormael e un regista australiano tanto geniale quanto sconosciuto, George Gittoes.

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  • davide

    Grazie Gioanni per aver parlato di Paolo spero sia da monito per altri ragazzi davide

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