Fino a metà degli anni ’90 erano veramente in pochi a saperne qualcosa sul black metal norvegese. Poi, dopo una serie di notizie di cronaca nera legate ad alcuni personaggi della scena apparse in quel periodo, si è cominciato a parlarne sempre di più. Omicidi, suicidi e chiese bruciate, il tutto contornato da uno scenario musicale e ideologico che, nella sua totale anti-cristianità, non sembrava lasciare spazio a fraintendimenti. Come spesso succede in questi casi però, gli articoloni scenografici dei giornali non avevano un grande interesse ad analizzare in profondità il fenomeno, limitandosi appunto a condannarlo come un movimento interamente dominato da satanisti incalliti.
Aaron Aites e Audrey Ewell, due documentaristi alle prime armi, hanno cercato di rimediare a tutto questo, dando la possibilità agli anti-eroi della vicenda di esprimersi in prima persona, nel loro Until the Light Takes Us. I due americani hanno passato diversi anni in Norvegia, prima guadagnandosi la fiducia di alcuni personaggi di spicco della scena, poi coinvolgendoli in pieno nel documentario. La figura più rilevante finisce per essere Varg Vikernes, della one-man band Burzum, che ha passato 16 anni in prigione per aver ucciso un suo ex-compagno di band, tanto per capire il tipo.
Nonostante le premesse, e il notevole sforzo compiuto dai due autori, il loro punto di vista sembra mancare del necessario distacco. Se i giornali non avevano cercato, né probabilmente voluto, ascoltare l’opinione dei diretti interessati, Aites ed Ewell non sembrano a loro volta volere andare oltre questa stessa opinione, dato che non cercano di “provocare” con domande scomode gli intervistati, non riuscendo in questo modo a fornire una reale spiegazione del fenomeno nella sua complessità. Mentre in molti documentari la voce narrante è troppo presente e invasiva, in Until the Light Takes Us sembra quasi mancare di personalità, permettendo che le opinioni e le vedute (piuttosto distorte) dei diretti protagonisti prendano il sopravvento.
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